mercoledì 15 luglio 2015

ASHIYA 芦屋市 (parte 2)

La trattoria si trova nello stesso quartiere, o meglio definirlo vicinato date le dimensioni, chiamato Chayanocho, o quartiere del tè. Seguiamo il proprietario scendere giù per la stessa via della pasticceria, svoltare a destra e fermarsi davanti ad un minuscolo terrazzo ombreggiato da una tenda a strisce gialle ed azzurre, con su la scritta Trattoria la Baracca. Sono le sei, dentro il locale di 50mq ci sono solo un basso giapponese in tenuta nera e pizzetto e una con gli occhi assonnati e la capigliatura disordinata: il primo scopro essere il cameriere, la seconda la cuoca. Si stanno preparando per la riapertura delle sette, e ci chiedono di aspettare l'arrivo di Gian, il capo cuoco italiano e, da quel che intuisco, grande amico del proprietario della trattoria. 

L'attesa non scompone per niente il proprietario dell'Amarena, e finalmente, dopo una decina di minuti, arriva Gian: un over cinquantenne napoletano da un logorroico inglese misto giapponese con fortissima cadenza partenopea. 

''Sì sì un italiano alto e dalla faccia buona secondo me può far solo del bene al locale'' ''Sì sì fosse per me nessun problema'' ''Sì sì ne parlo col proprietario e ti faccio sapere lasciami il numero...''

Facciamo ritorno in pasticceria, dove ringraziamo il fin troppo gentile proprietario, e riprendiamo il cammino fino al lato opposto del paese, verso un altro locale italiano dove Kazu vuole ''festeggiare'' la mia assunzione. Lo invidio, ingenuo e sempliciotto: non ha molta esperienza con le chiacchiere italiane. Al contrario suo non sono per niente sicuro che riceverò una chiamata da quel cuoco napoletano, le cui parole mi sono sembrate solo fumaglie senza consistenza. 

Comunque, mi conduce fino ad una seconda stazione, questa volta della linea ferroviaria Hankyu, accanto alla quale sgattaiola un delizioso vicolo pieno di chioschetti, piccole casette a schiera e tempietti che sbucano a caso. Dopo una manciata di minuti, da quello che sembra un anonimo garage scopro un piccolissimo bistrot chiamato ''Apollo'': la prima cosa che noto dopo esser entrato sono gli arredi in stile poliziesco italiano anni '70.



Il titolare è un cuoco italiano proprietario di due grandi pizzerie ad Osaka, ma chi lo gestisce è un introverso (o triste) sessantenne con caschetto alla Beatles, che dopo le birre ci delizia con una vasta selezione di antipasti preparati la mattina stessa dal cuoco/proprietario: parmigiana, polpette ''della mamma'', timballo di zucchine, frittatine, caprese, salumi........ ottimi.

A fine cena Kazu riesce addirittura a chiamare il proprietario per chiedere notizie di un lavoro part time per me, e quest'ultimo risponde ''Se aspettate una mezzora sono lì da voi...''... la fortuna vuole che abita qui ad Ashiya.

Dopo trenta minuti effettivamente arriva: è anche lui napoletano, pelato e con gli occhiali, ma al contrario di Gian non si perde in molte chiacchiere ed anzi mi dà l'impressione di essere serio ed affidabile.

''Purtroppo ora non ho posti disponibili, ma non preoccuparti giro il tuo contatto ad altri ristoranti in città.''

Speriamo bene.



16 luglio 2015, ore 21 circa.

Non ho ricevuto ancora nessun contatto né dalla Baracca né da Osaka, ma me l'aspettavo. Sono a Kyoto con Kazu, in mezzo al casino del Gion matsuri, il festival più importante della città, quando ricevo una chiamata da Gian.

''Riesci a venire stasera? Fra un po' arriva il proprietario, così fai un colloquio anche con lui...''

Sì, volo!! Lascio Kazu e prendo il treno dalla stazione Hankyu di Karasuma-Shijo. In 40 minuti sono alla stazione Ashiyagawa, e dopo essermi perduto nel buio delle stradine e rimesso in carreggiata da due eleganti donne, alle 22 arrivo finalmente alla Baracca.

Il locale ha appena chiuso, e ormai solo la cucina illumina la semi-ombra della sala. Qui ritrovo Gian e il suo sorrisone soddisfatto, e conosco finalmente il proprietario giapponese: un ragazzone di quarant'anni molto alla mano, che rompe il ghiaccio parlando in dialetto barese e raccontandomi dei suoi cinque anni a Trani come apprendista cuoco. 

''Sì sai parlare un po' giapponese, va bene, sei alto, allora puoi iniziare già da sabato prossimo.''


Sono ormai le 23. Arrivo alla stazione JR di Ashiya e mi siedo su una delle panche della banchina direzione Umeda: il treno è in ritardo, è stato appena riparato un guasto alla linea, e sul tabellone c'è scritto solo 調整中 chooseichuu, in fase di regolazione, sistemazione...

Mentre aspetto il treno, unico passeggero in stazione, mi rendo conto di aver trovato finalmente un lavoro part time in Giappone, e di essere felice.
Un altro importante step è stato raggiunto.




ASHIYA 芦屋市

15 luglio 2015


Kazunori, per gli amici Kazu, è un simpatico ragazzotto giapponese di quarantacinque anni circa, costantemente sorpreso e entusiasta per ogni minima esperienza che ogni giorno la vita gli regala. Pochi mesi fa, durante la sua fase di amore temporaneo per l'Italia, mi aggiunse su facebook ed iniziò subito a scrivermi e mandarmi foto di biscotti e prodotti vari italiani che riusciva a trovare lì a Kumamoto, sua città di origine. Da allora siamo diventati amici, e il suo viaggio tra Kyoto ed Ashiya è diventata l'occasione per incontrarci e passare un paio di giorni insieme. 

Ho iniziato a cercare un lavoro part time da una decina di giorni, prima tramite un ufficio di collocamento per stranieri gestito dalla città di Osaka, senza alcun risultato, poi attraverso una piattaforma di lavoro per stranieri ''Gaijin pot'', grazie alla quale sono riuscito ad ottenere solo un colloquio (andato male) per un lavoro da cameriere in uno pseudo ristorante italiano nel cuore di Shinsaibashi, il quartiere della movida. Insomma, gli eventi non mi stavano portando a nulla di positivo, e il mio umore di ieri, quando ho incontrato Kazu, non era al massimo...

''Ah allora chiediamo al proprietario della caffetteria italiana ''Amarena'' di assumerti!''

Poco dopo esserci incontrati Kazu aveva già trovato la soluzione ai miei problemi, con il suo solito imperturbabile ottimismo fanciullesco.

''Andiamo subito ad Ashiya, nel mio paese preferito!!!''

Questa caffetteria-pasticceria italiana, a suo dire la migliore che abbia mai provato, si trova in una piccola cittadina tra Osaka e Kobe di nome Ashiya, una delle più ricche dell'intero Giappone. Mi è bastato il primo impatto visivo con la perfezione delle sue strade, dei suoi alberi, che sembrano più verdi del verde stesso, e dei suoi giardini di fronte ad ogni villetta privata a farmi sentire tanto tanto povero. Tutto è al posto suo, ordinato e luminoso, addirittura i colori sono più intensi dei disegni nei libri delle elementari. 






La pasticceria si trova su una piccola via non distante dalla stazione, sovrastata da un arco di foglie e fiori creato dagli alberi ai lati. L'ingresso sembra quello di un raffinato ristorante italiano, con un vialetto elegante, tavolini da ricca campagna anni 80 e una tettoia coperta da viti rampicanti.




Qui ritrovo finalmente un cappuccino fatto a mestiere, mentre Kazu priva il locale di un intero assortimento di sfogliatelle e bignè: scopro presto che il proprietario giapponese, un alto e piacevole cinquantenne intercettato subito da Kazu, ha soggiornato a Firenze per quasi un decennio, e come capita spesso con i giapponesi si è innamorato della pasticceria italiana e ha importato l'esperienza in Giappone, riproponendola ai ricchi manager residenti ad Ashiya. 

''... mi dispiace però che non abbia un lavoro per te. Se avessi esperienza nel fare i dolci, ti prenderei subito! Ma comunque, se giri l'angolo c'è una trattoria italiana, chiedi a loro... anzi andiamo insieme, vi presento io stesso al cuoco...''


fine prima parte   

venerdì 3 luglio 2015

Da qualche parte tra i monti di Uji

3 luglio 2015


Ho conosciuto Tsubasa-san un anno fa a Kyoto, durante una serata in pub inglese nella movida di Kawaramachi. Era assieme al mio compagno di classe Hosè, con cui aveva appena avuto una sessione fotografica per arricchire il portfolio di facce occidentali. Tsubasa infatti è un fotografo, e da quel giorno sono diventato il suo modello occidentale di riferimento (anche perché non ne conosceva molti altri). Il ricordo più bello che ho assieme a lui è di una notte di aprile, quando abbiamo scattato foto ritratti immersi negli alberi di ciliegio in fiore. Allora avevo appena conosciuto Vivi, eravamo alle prime eccitanti battute del nostro amore, non vedevo l'ora di tornare a casa ed inviarle i miei ritratti ''professionali''...

Appena saputo del mio ritorno in Giappone mi ha subito contattato per fare altri scatti: dice di esser stato ispirato molto da un posto, ''accanto allo zoo di Uji'', e che vorrebbe usarlo come scenario per nuovi ritratti.

Da casa mia impiego poco meno di un ora per arrivare nella stazione centrale JR di Kyoto, dove alle 20:00 spaccate trovo già Tsubasa ad attendermi, con il suo perenne sorriso appena accennato. Non è molto loquace, per di più non conosce una parola di inglese... l'anno scorso comunicavamo in pratica a gesti, ma quest'anno per fortuna me la cavo molto meglio con il giapponese, come è lui stesso ad esplicitarmi, quasi incredulo. 

Saliamo in macchina e lasciamo la scintillante stazione, percorrendo trasversalmente la città verso est. I palazzi lasciano subito spazio a basse casette singole illuminate di caldo, le strade dall'asfalto immacolato si allargano e davanti agli occhi vediamo già limpido il nero della campagna di Kyoto. Qui ci abita Yasu, un suo amico dai capelli a caschetto in stile bimbo delle elementari che vende ed aggiusta biciclette da corsa nel locale accanto alla sua casetta in legno. Tsubasa gli chiede se gli va di partecipare allo shooting e mangiare qualcosa più tardi, e Yasu non se lo fa ripetere: riordina le ultime cose nel negozio e salta sulla nostra macchina, ravvivando da subito l'atmosfera: al contrario di Tsubasa, Yasu è un giapponese molto estroverso, che pur non conoscendo l'inglese non ha paura di sparare qualche parola dal forte accento giapponese.

La strada inizia a salire verso i monti, finché non ci troviamo da un lato lo spettacolo delle luci di Kyoto, dall'altro l'oscurità e l'odore intenso del bosco. Ci fermiamo in una piazzola: Tsubasa vuole la città in lontananza come sfondo di una prima sessione fotografica.


Proseguiamo il viaggio attraverso curve e tornanti. Siamo ormai fuori dal territorio di Kyoto, dalle indicazioni infatti capisco di essere ormai vicini ad Uji. Mancano ancora 5 chilometri al centro della cittadina, ma ancora nel mezzo della provinciale svoltiamo ed usciamo su ampio piazzale in ghiaia, per poi parcheggiare di fronte a quello che a primo impatto mi ricorda un agriturismo di campagna. Senza dir niente Tsubasa tira fuori il treppiedi dal bagagliaio, ed io intuisco che sia questo il posto che gli ha regalato tanta ispirazione.






Instagram di Tsubasa:
@treekeys_photo_studio

Website:

mercoledì 1 luglio 2015

Il mio rifugio

1 luglio 2015


Il mio rifugio dove scappare e accucciarmi al riparo delle ansie della vita quotidiana. Ho trovato la mia tana segreta già il primo giorno, appena arrivato ad Osaka, dopo la pennichella pomeridiana stronca-jet lag. Casa mia si affaccia su uno stradone a quattro corsie chiamato Imazato-suji, una delle arterie (suji vuol dire, appunto, arteria) della metropoli, sotto cui passa anche una linea metropolitana, la Imazato-sen. In confronto alle altre, per fortuna, questa via vede strisciare una mole di traffico assai inferiore: per esempio non ha niente a che vedere con la vicina autostrada urbana, con cavalcavia annesso, della Chuo-dori, o ''viale centrale'', se si vuole tradurre in italiano. Ma in ogni caso dentro casa mia il rumore di macchine cessa solo di notte, per questo appena mi è possibile scappo verso zone più tranquille.

Le città giapponesi sembra abbiano ovunque la stessa identica impostazione urbanistica: arterie ed ampi vialoni caotici si intersecano formando sulla mappa decine e decine di quadrati, dentro i quali si nascondono strade e vicoli che, per la loro quiete, ricordano più un paesino di campagna che una metropoli. E' surreale, ed è questa la cosa che più amo del Giappone.

Una volta fuori dal mio palazzo in mattoni marroni mi basta attraversare la strada per entrare in uno di questi angoli di quiete: la via percorre tranquilla una schiera di bassi palazzi con negozi di cappelli vintage, lavanderie, mini izakaya, caffetterie dal retrogusto anni '50, fino ad incontrare un parchetto sabbioso con pochi ma rigogliosissimi alberi, una manciata di altalene, barre d'acciaio per arrampicarsi, giocume vario, e panchine che si affacciano sulla rete perimetrale di un campo da baseball. Quando l'ho scoperto era pomeriggio, mi sono seduto su una panchina ed ho iniziato a sorseggiare un caffè freddo in lattina preso al supermercato Seiyu accanto; in quel momento apprezzavo molto le urla dei bimbi sulle altalene e dei genitori che incitavano i propri figlioletti sul campo da baseball (basse e tenere creature con cappelli da baseball più grandi delle proprie teste), quasi interpretassi quel casino in un modo per accogliermi di nuovo in Giappone. 

Ma ora ho bisogno di silenzio per riordinare i miei pensieri, e la quiete di questo giardinetto è la cornice perfetta. 


Riorganizzare la mia vita qui mi ha spossato parecchio, complice anche il caldo umido dei mille canali di Osaka, e ogni piccola cosa, anche solo aprire un conto bancario, o richiedere un permesso all'ufficio immigrazione, mi sembra uno scoglio di 10 metri da scalare con le sole mani. 

Ma poi mi giro e ritrovo la serenità della notte giapponese... e tutto diventa leggero.





sabato 27 giugno 2015

La notte di Osaka

Parte 2


Essere ''preda'' di questa ragazza in verde militare mi permette di evitare l'imbarazzante fase del ballo troppo vicino? Posso avvicinarmi ancora? Avrà capito che ci sto provando? Ci sta?, e quindi iniziamo subito a ballare a -10cm l'uno sull'altra, facendo finta ogni tanto di guardarci negli occhi per non rendere i nostri strusciamenti troppo freddi e meccanici. 

Dopo una manciata di pezzi dance pop house decidiamo di seguire l'altra coppia al bancone dei cocktail, immersi in una semi-oscurità ravvivata solo da pochi neon verdi. E' qui che pronuncio le prime parole alla mia nuova ragazza:

''Bevi qualcosa?''

''Sì un rum e coca''

Prima ancora di chiederle come si chiama:

''Mi chiamo Shuu''

...che nome è Shuu... intuisco che sia la pronuncia giapponese di un nome cinese, o vietnamita, anche se la sua faccia, o meglio il suo naso non a patata schiacciata  di vietnamita non ha niente. 

Comunque evito ulteriori riflessioni e mi calo in un sorso un lungo vodka-redbull, che non trovando ostacoli nello stomaco nel giro di due minuti mi allaga il cervello e annebbia la vista, lasciandomi solo in balia della musica. 


E' l'una di notte, ma non ho idea di come ci sia arrivato. Sono appoggiato allo schienale di un divanetto, Shuu è abbracciata a me, visibilmente stremata dal ballo e forse anche dall'alcool. L'alto playboy mi prende per un braccio e mi tira a se, gridandomi all'orecchio ''Andiamo a mangiare qualcosa?''. Subito!

Ci trasciniamo fuori dal locale ed entriamo nella prima tavola calda che incrociamo, con gli interni e tavoli in legno chiaro e panche rosse imbottite. Credo servi kushikatsu, frittume vario in pastella, ed altre cose che non ho voglia di carpire. Ci mettiamo comodi e finalmente conosco questi tre sconosciuti che, soprattutto Shuu, nelle ultime tre ore mi hanno gravitato attorno:

Come avevo ben intuito, Shuu è cinese, così come l'amica Mai, la cui espressione da bambolina è giustificato dal fatto che è al primo anno di università, e dunque dai suoi acerbi 18 anni... non l'avrei mai pensato. Shuu invece lavora in un'azienda giapponese e di anni ne ha 25, due in meno di me, mentre Luis, un dottorando brasiliano dagli occhi effettivamente verdi (avevo visto bene) ne ha dodici in più della sua conquista... ''E' molto più piccola di me, ma non potevo non rimanere affascinato dalla sua dolcezza...''

Dopo gli spiedini di gamberi e verdura in pastella e un caffè americano l'alcool inizia lentamente a dissolversi, sono le due di notte e per la prima volta mi rendo conto di essere abbracciato ad una sconosciuta. Mi sale un leggero imbarazzo. Anche lo sguardo degli altri appare più lucido e meno brillo, Mai forse è un po' assonnata, o forse l'esser tornata sobria le ha ricordato di essere timida... ma in ogni caso decidiamo di continuare la notte a casa di qualcuno, in attesa della prima metro che riporti Luis a Gakken-Nara-Tomigaoka, nella prefettura di Nara, dove ha casa a quasi un'ora da Umeda. La mia è a Midoribashi, ad un quarto d'ora di taxi, e per questo sembra la scelta più saggia. Ci alziamo per la prima volta non barcollando ed usciamo dal locale, arrivando subito sull'affollato stradone Modosuji, dove decine di taxi neri già si cibano di facili clienti ubriachi. Tempo di alzare il braccio e finiamo anche noi dentro ad uno di questi.

''Midoribashi eki made onegaishimasu.''

Arriviamo dopo una ventina di minuti; i duemila e cinquecento yen di tariffa la paghiamo noi maschi, da veri gentiluomini. Camminando verso casa ci viene in mente il gioco da liceali ''obbligo o verità'', che però senza alcool risulta più noioso di una domenica d'inverno nella Monza Brianza... così prima di salire i cinque piani del mio palazzo decidiamo di fermarci al conbini e prendere una manciata di birre Sapporo per me e Luis, e strong zero ai frutti rossi per le donne. Usciamo e do un primo sorso: voglio godermi la luce di questi negozi, da sole nel silenzio della notte giapponese. 


Ore 05:30

Mi sveglio di scatto esclamando parole incomprensibili in italiano... mi guardo attorno e mi ricordo di essere in Giappone... fiuu... sono sollevato. Il mio balzo in avanti sveglia anche Shuu che si era addormentata sul mio stomaco, mentre Mai e Luis sono ancora tra i sogni, accucciati all'angolo del mio minuscolo letto... non riesco a capire come abbiamo fatto a dormire su questo spazio minuscolo. Fuori è già chiaro, e a breve si sveglia anche il sole.

Grazie Osaka per la bella nottata.


L’arrivo ad Osaka

Sabato 27 giugno 2015


Sono arrivato due giorni fa ad Osaka. E' la seconda volta che mi trasferisco in Giappone e riabituarmi al suo stile di vita è stata una questione di poche ore, quindi la nostalgia per l'Italia provata nei primi due giorni non era dovuta alla paura del nuovo, all'ansia del cambiamento... bensì era pura e semplice mancanza del comfort milanese a cui mi ero ormai assuefatto, complice, anzi protagonista un insensato amore nel quale mi sono lasciato scivolare nelle ultime settimane; amore destinato, inevitabilmente, a finire presto. 

Ho deciso quindi che una notte in discoteca sarà il modo più efficace per scuotermi via Milano ed immergermi nella nuova vita osakese. Non conosco ancora nessuno in questa città, a parte Mayu (che in realtà è di Kawanishi, un paesino tra i monti a mezzora di treno Hankyu da Osaka), una spilungona conosciuta un anno fa in discoteca (appunto) con cui, in appena dieci giorni, iniziai sviluppai e conclusi una sottospecie di storia d'amore; ma ricordi a parte, questa ragazza è l'unico contatto disponibile nel mio smartphone, e per questo voglio scriverle e chiederle che piani ha per questo sabato sera.


Vado con un paio di amiche ad una festa in discoteca ad Umeda, vieni anche tu.


Certo.


22:30 circa

Ci incontriamo di fronte ai tornelli della stazione di Umeda della linea metropolitana di Midosuji. La prima cosa che mi chiede è se la trovo dimagrita. Sì, la trovo dimagrita. In effetti è tonica come un bambù, avrà perso cinque chili nell'ultimo anno. I grattacieli e il casino di Umeda non mi mancavano per niente, ma per fortuna non ci perdiamo in antipasti inutili e penetriamo subito nel piano interrato di un palazzo, dove, superata un'anonima porticina in metallo, alcuni scalini ci aprono ad una grande sala da ballo, la più grande che ho visto finora ad Osaka. 

Le sue due amiche sono già dentro, insieme ad una manciata di ragazzi che scopro essere i loro ex compagni di università. Iniziamo a parlare, o meglio, loro a fare domande all'unico straniero nel gruppo, e io a rispondere... ma come accade spesso con i giapponesi non ancora ubriachi, i discorsi imboccano presto la strada della banalità, così decido di sgusciare via e usare in anticipo il mio buono per il free drink, calandomi tutto d'un sorso un calice di vino rosso che fa sembrare il Tavernello un ottimo Primitivo di Manduria invecchiato in botte. A cena non ho mangiato molto e l'alcool non tarda con i suoi effetti: spinto dall'entusiasmo vinoso mi getto al centro della pista, aiutato anche da un remake non male de ''L'amour Toujours'' di Gigi D'agostino (è la prima volta che sento Gigi in un locale in Giappone). 

Di regola ballare in discoteca per un ragazzo equivale a cacciare un (qualunque) esemplare di femmina umana... eppure mi sto divertendo davvero a prescindere dalla selvaggina, barcollando e saltellando dentro una massa di teste nere disarticolate... avevo proprio bisogno di sfogarmi un po'. Passano pochi minuti e incontro, anzi sbatto contro l'unico altro ragazzo occidentale attorno a me, alto, carino, con capelli marrone chiaro e occhi verdi, o almeno così mi sembrano nel semibuio della sala: balla abbracciato ad una mini giapponesina in abitino nero con un'espressione tenera e pacioccosa sul viso, ed entrambi gravitano vicini ad un'altra ragazza meno tenera ma ugualmente carina, con capelli castani e vestito verde militare. L'istinto mi fa pensare che quest'ultima sia amica della bambolina, e che l'accoppiamento di lei con l'alto occidentale l'abbia lasciata sola. Sarà per questo che non perde tempo ad avvicinarsi e a ballare con me, rendendomi involontariamente parte di quel loro improvvisato gruppetto di (ormai) quattro elementi...


continua...




 



ASHIYA 芦屋市 (parte 2)

La trattoria si trova nello stesso quartiere, o meglio definirlo vicinato date le dimensioni, chiamato Chayanocho , o quartiere del tè. Segu...